Il Finanziere Giuseppe De Lucia

Raccontare la storia personale di questo ragazzo mi riempie di orgoglio. Sono trascorsi ormai 75 anni dalla sua morte ed oggi grazie al nipote Pino De Lucia la sua storia ritorna nella memoria collettiva. Personalmente mi sento in qualche modo legato a lui, sia per l’uniforme che orgogliosamente indosso da oltre venti anni, sia perché ha combattuto nel corso della II Guerra Mondiale in un territorio dove poco prima di lui aveva combattuto ed era caduto uno dei grandi finanzieri rimasti indelebilmente nella storia del Corpo, “M.O.V.M. Fin. Lido Gori” a cui è stato dedicato ed intitolato uno dei miei corsi di addestramento.

Giuseppe nacque a Cervino in provincia di Caserta il 22 settembre del 1908 e si arruolò nella Regia Guardia di Finanza il 10 dicembre del 1926. Fu inviato al corso di addestramento presso il Battaglione Allievi Finanzieri di Verona e dopo un anno di studio fu inviato a prestare servizio a Messina. Nel corso della sua carriera militare fu trasferito in vari reparti territoriali tra la Sicilia e la Calabria; nel 1931 prestò servizio presso la Brigata di Cirò Marina e qui per l’opera di assistenza alla popolazione durante il ciclone del 21-22 febbraio 1931 che devastò la costa Jonica, gli fu concesso un “Encomio Solenne”. Il 1° maggio del 1939 fu trasferito presso la Brigata della Regia Guardia di Finanza di Paduli e qui vi rimase fino al 4 febbraio del 1943 quando fu inviato a combattere al fronte del Montenegro nel VI Battaglione mobilitato della Guardia di Finanza. Sprezzante del pericolo, il 10 aprile del 1943 affrontò in combattimento degli insorti e cadde in combattimento a Petnjica (Montenegro).

Il VI Battaglione della Guardia di Finanza è rimasto nella storia per le gesta dei suoi militari. Non erano oppressori né barbari. Erano Finanzieri che aiutavano le popolazioni del posto. Il VI Battagliano era stato mobilitato il 21 aprile 1941 a Livorno, dalla legione di Firenze, al comando del tenente colonnello Amilcare Amoretti, con il compito di presidiare i territori di nuova occupazione, al termine della guerra contro la Grecia. Il battaglione, affrettatamente costituito e privo di addestramento, fu trasferito a disposizione del Comando Superiore della R. Guardia di Finanza dell’Albania per il presidio del Montenegro interno, con comando a Podgorica. Nel tentativo di sedare tante rivolte, nel corso di due anni, morirono tanti ragazzi.

A Berane la popolazione insorse il 17 luglio 1941. Dopo breve combattimento, il battaglione del R. Esercito di presidio si arrese ai partigiani. I militari del distaccamento del Corpo, 22 tra sottufficiali e finanzieri, poiché la loro caserma era indifendibile, si portarono d’iniziativa nella vicina caserma dei Carabinieri, per tentare una resistenza. Analogo proponimento, sembra, spinse i Carabinieri, tranne alcuni, a recarsi presso la caserma della Guardia di finanza, senza incontrare, peraltro le Fiamme Gialle. Così si creò la singolare situazione che nella caserma dei Carabinieri si trovarono tutti i finanzieri con qualche carabiniere, mentre nella caserma abbandonata dai primi si vennero a trovare i secondi, che per l’inidoneità alla difesa dell’immobile, ben presto soccombettero. Uno dei due sottufficiali presenti prese il comando del reparto, composto da 22 Fiamme Gialle ed 8 carabinieri. L’edificio si trovava ai limiti dell’abitato ed essendo pressoché isolato si prestava ad essere difeso: gli italiani disponevano di discreto munizionamento per moschetto, di un sufficiente quantitativo di bombe a mano e dei fucili mitragliatori in dotazione ai carabinieri. L’attacco dei ribelli, in numero straordinariamente esuberante, non si fece attendere. Gli italiani si difesero con le unghie e con i denti per oltre 36 ore. Il numero dei feriti nel combattimento cresceva di continuo, ma anche i militari colpiti continuavano a combattere. Il cerchio degli assalitori si stringeva sempre più, ma i difensori, nonostante diverse offerte di resa in cambio della vita non si davano per vinti.

Nella mattina del 18 luglio del 1941 gli assalitori riuscivano ad incendiare una abitazione limitrofa alla caserma e da questa il fuoco si propagò all’edificio ove finanzieri e carabinieri resistevano animosamente. Nella caserma i morti erano ormai diversi, come anche i feriti gravi, ma i superstiti continuavano a fare fuoco dai piani bassi non ancora avvolti dalle fiamme. I pochi superstiti decisero una sortita; prima però l’appuntato Francesco Meattini, già tre volte ferito, alto robusto, interamente bianco di capelli più che non lo comportasse l’età, baciata la fotografia della moglie, riempitesi le tasche di bombe a mano e tolta la sicura, si gettò dal primo piano su un gruppo di rivoltosi che erano serrati sotto la caserma, cadendo in mezzo a loro e facendone strage. Contemporaneamente il finanziere Lido Gori, già in precedenza due volte ferito, postosi alla testa dei superstiti tentò la sortita e varcata la soglia dell’immobile, ormai ridotto ad un rudere fumante, armi in pugno si slanciò contro gli assalitori che lo uccisero mentre lanciava le bombe a mano. Su 22 difensori si salvarono solo 7 finanzieri, tutti feriti, che furono presi prigionieri e liberati in seguito alla controffensiva degli italiani. Domata la ribellione, il VI battaglione riprese la sua attività volta al controllo del territorio ai fini sia militari sia fiscali, insidiato dalla guerriglia che si stava affermando nel Montenegro. Nel dicembre 1941 alcune centinaia di insorti attaccarono contemporaneamente la caserma del distaccamento di Bucje, composto da 21 finanzieri al comando di un sottufficiale ed il posto di vigilanza a qualche chilometro da quella località. Impegnati in due località, i finanzieri si divisero i compiti di sorveglianza, sicché 14 rimasero a presidio della caserma e 7 con due fucili mitragliatori a protezione del posto di vigilanza. Fu subito inviato un finanziere a chiedere soccorso a Plevlje, distante 27 chilometri, ove però il battaglione dell’Esercito era anch’esso impegnato e non poté aderire alla richiesta. Si combatté furiosamente ed ininterrottamente tutta la notte, ma alla mattina il modesto presidio iniziò ad accusare deficienza di munizioni. Furono respinte tre intimazioni di resa ed il combattimento continuò sino all’esaurimento delle munizioni. Solo per questa evenienza i finanzieri superstiti furono catturati (15 furono i caduti). Di essi tre riuscirono ad evadere ed uno, l’eroico comandante, fu ucciso per ritorsione.

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